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I quaderni della Fattoria - Il Basto
Dec 24
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I quaderni della Fattoria - Il Basto

IL BASTO

di Mauro Ferraris

II basto serve a trasportare materiale sulla groppa di bipedi e quadrupedi.

Gli uomini che trasportano materiale sulla propria schiena sono chiamati ”portatori” mentre i quadrupedi “animali da soma”

Dromedari cammelli yak lama cani e perfino pecore sono ancora in molte parti del mondo utilizzati per alleviare la fatica dell'uomo, ma in Europa e nelle Americhe sono considerati animali da soma per eccellenza gli equini. Primo fra tutti il mulo seguito da asini e cavalli.

L'antica rete stradale di fine ottocento estesa ma primitiva, costituita da sentieri spesso scoscesi ed impervi, una volta ben segnati e battuti, non rendeva possibile la viabilità ai carriaggi; ecco la grande diffusione del basto nei territori desertici e montagnosi.

L'avvento degli automezzi e l’aumento della superficie stradale avevano già da tempo relegato i quadrupedi da basto nelle zone marginali, quelle solo sfiorate dal progresso.

Ora elicotteri fuoristrada e la relativa espansione della rete stradale alpina d'alta quota (troppo spesso realizzata in maniera delittuosa) hanno dato il colpo di grazia a questo vecchio mestiere, a questa antica cultura legata all'origine del lavoro dell'uomo.

Quando nel 1989 ho accompagnato i muli del nostro esercito nell'ultimo campo prima del definitivo congedo mi ero reso conto che la storia del basto era finita almeno nel nostro paese e le abitudini ad essa legate sarebbero, in fretta, scomparsi.

La figura del conducente di mulo, il mulattiere considerato, una “cosa” più simile alla bestia che all’uomo entrava nel suo umile crepuscolo recuperato in modo romantico da certa letteratura. “Centomila gavette di ghiaccio”, “II sergente nella neve”, sono esempi eclatanti, ma anche il villano mulattiere Timmons del recente “Balla coi Lupi” viene riscattato quando trafitto da cento frecce Pawnee era più preoccupato per la sorte dei suoi muli che per la sua.

Nel nostro paese, nel decennio passato, il basto era ancora usato:

- nell’Esercito, esclusivamente dalle truppe alpine (artiglierie e salmerie someggiate)

- dall'Enel per la costruzione di alcuni tipi di “Linea”

- dai pochi boscaioli sopravvissuti all'avvento del gasolio nelle stufe

- da pastori per raggiungere nei mesi estivi le malghe in montagna, salendo portavano materiale e legna da ardere, scendendo i formaggi

- da gestori di alcuni rifugi alpini e per la ristrutturazione di baite lontano dalle strade.

L’ESERCITO

L’Esercito ha congedato gli ultimi muli nel 1990 sollevando polemiche; alcuni senza aver mai visto un mulo in vita loro hanno strillato opinioni, giornalisti zelanti le hanno fedelmente riportate annoiandoci tutti.

- I dodici muli di ogni pezzo formano i raggi di un cerchio con la testa all'interno ognuno tenuto dal suo conducente.

- I serventi tolgono i pezzi degli obici che vengono immediatamente montati.

- I basti vengono levati e disposti nell'ordine consueto.

- I muli bruscati e strigliati.

- I muli vengono visitati dal veterinario.

- Abbeverata

- I muli vengono legati ai filari dove ricevano la profenda

- I soldati puliscono i cuscini dei basti, ingrassano il cuoio, eseguono le riparazioni ai finimenti.

- Poi la giornata è finita per tutti tranne per le guardie, ma nel frattempo la giornata è passata.

La colonna è così formata:

La colonna è preceduta dagli esploratori, in casi eccezionali anche dai fiancheggiatori; la colonna è guidata dal comandante di batteria seguita dai muli della B.C.S. -Batteria Comando Servizi-; poi viene il primo capo pezzo con i suoi dodici muli; poi i dodici muli del secondo pezzo, seguono i sellai, chiude la colonna l'ufficiale veterinario con gli infermieri.

Perché l’Esercito ha congedato i muli:

1) Mancanza di uomini: non esiste più il montanaro abituato da civile a trattare con i quadrupedi, la tipica figura del conducente immortalato in "Centomila gavette di ghiaccio" è scomparsa.

2) Distruzione della rete stradale alpina: dovuta allo spopolamento della montagna in seguito della grave crisi agricola ed economica avvenuta nei primi anni del dopoguerra, che ha fatto cessare la costante opera di manutenzione; neve pioggia, erosione, valanghe hanno contribuito a distruggere il resto.

3) La difficoltà di reperire i muli: soprattutto quelli adatti al trasporto dei carichi centrali che devono essere alti circa 1,50 mt., pesare 460 kg, avere una circonferenza del torace di 180 cm e di 21 cm quella dello stinco in quanto devono trasportare i carichi più pesanti coma la "culla superiore" dell'obice che pesa sola 96,1 chilogrammi.

L'Esercito è l'istituzione che per ultima ha rinunciato ai muli, 1'ha fatto  a malincuore, le truppe alpine erano e sono rimaste legate profondamente ai muli, e rinunciare ai propri ricordi più cari è sempre doloroso. Tatticamente un elicottero svolge in 10 minuti il lavoro che un'intera batteria fa in una faticosa giornata. E questo non può essere ignorato.

L'ULTIMA VOLTA

L'ultima volta che i muli dell'Artiglieria di Montagna della Bg. Taurinense sono usciti dalla caserma con gli obici sulla schiena sono passati da casa nostra.

Erano state piantate le tende, tirati i filari piazzati gli obici, tutta la scuderia si era animata. Avevo avuto la fortuna di accompagnarli per tutta la settimana e documentare la fine di questa incredibile storia. Di parlare con i conducenti di mulo che prima della naja non avevano toccato neppure una manza, che non avevano dormito una volta sotto tenda.

La via da seguire scavalcava alcuni colli del Piemonte bellissimi. Gli artiglieri marciavano a fianco dei muli, e quando qualcuno di questi cadeva si "buttavano" coraggiosamente e volontariamente con loro giù per scoscesi pendii. Dopo averli sbastati bisognava riportarli sul sentiero e recuperare il materiale anche a costo di vistose ammaccatture. Difficile da credere, era naja di leva, che faticava e marciava, era una bella naja.

Ho un ricordo bello e malinconico per tutto questo, della fila scura che tagliava la montagna composta da conducenti, muli e serventi, che si allungava in una specie di spina dorsale col midollo pieno di ricordi che attraversando scheletri di borgate abbandonate univa queste ultime una volta ancora  al loro dignitoso passato. 

I MULI NEL BOSCO

I boscaioli insieme ai margari sono stati gli ultimi civili ad usare i muli nel loro lavoro.

Da quando le stufe funzionano meno, legna e carbone hanno perso importanza. Una volta tutto quello che non serviva più e poteva essere bruciato finiva dentro il fornello e scaldando rendeva l'ultimo servizio. Si sprecava poco ed i rifiuti non erano molti.

Il lavoro che adesso fanno ruspe e trattori nei boschi per aprire strade e portare a valle il legno erano una volta svolto dai muli.

I boschi erano curati, tagliando il vecchio cresceva rigoglioso il nuovo, il legno veniva diviso per qualità, le ramaglie raccolte in fascine per riscaldare i forni del pane, le foglie rastrellate: servivano da lettiera (la paglia era costosa e veniva usata più come foraggio) e trasformate in buon letame che, sempre a dorso di mulo, tornava a concimare prati e campi.

II legno ora vale poco, oggi il bosco si taglia solo dove arriva la battuta, potendo caricare direttamente i tronchi sui trattori e anche così il boscaiolo stenta a guadagnare qualcosa.

Dalle nostri parti, nelle alpi occidentali, finchè Libero sarà in salute i suoi muli continueranno il lavoro di esbosco poi, se nessuno prenderà il suo posto, si perderà il ricordo di questo mestiere.

BARBA DEI MULI 

Libero lo conosco da tempo. Abitava una volta a mezz'ora di cavallo da casa, andavo a trovarlo ogni volta che potevo. Son passati ormai vent’anni.

Viveva in un vecchio fienile, chiuso da tre lati, sotto teneva i muli, con i basti accatastati accanto; una bialera vicina assicurava l'acqua a tutti e non gelava mai, neanche durante il rigido inverno.

I muli quando non lavoravano vagavano per la piccola valle cercando di rimediare qualcosa da mettere sotto i denti oltre la razione di fieno.

Si sentiva il campano in lontananza.

La valle in cui viveva si era trasformata velocemente, il terreno era stato lottizzato e vi avevano costruito sopra una casa vicino all’altra, i vecchi sentieri erano stati cancellati, il bosco, il magnifico bosco respinto più in su.

Libero aveva dovuto sloggiare, nella piccola valle non c'era più posto, senza risentimenti aveva caricato i basti sui muli legato le sue poche cose e qualche prezioso bottiglione di vino. Se n'era così andato in silenzio in una altra valle passando su strade secondarie fuori mano, a cercare nuovi clienti che hanno boschi impossibili da tagliare, dove non esiste strada né possibilità di farla.

Libero Monfroni si chiama così per ricordare un amico anarchico di suo padre morto nella guerra del 15, son pochi a sapere come si chiama, è più conosciuto col nome di Barba, Barba dei muli.

Era arrivato in Piemonte ingaggiato dall'Enel per costruire la "Linea", poi aveva trovato lavoro e si era fermato. Questa persona straordinaria è amata da tutti, ora vive tagliando il ceduo in maniera sapiente, quando ha finito, il bosco sembra un Giardino.

Zoppicando per una vecchia ferita va da un mulo all'altro per caricarli di legna; una volta finita questa operazione, da una voce ed i muli una alla volta, si incamminano per conto loro sul sentiero che li porta a valle fermandosi vicino al luogo dove la legna viene scaricata per essere accatastata.

Aveva trovato una sistemazione alla sua maniera, accanto ad un campo sportivo, vicino al paese, da questa precaria base partiva per trasferirsi anche per lunghi periodi in borgate abbandonate per svolgere il lavoro di mulattiere e boscaiolo. Ma adesso sembra che dovrà andarsene anche di là.

Ogni volta che andiamo a trovarlo torniamo indietro portando qualche cosa, può essere un vecchio prezioso utensile trovato chissà dove o un uovo di gallina fresco. Vive con niente e non ha bisogno di niente.

Si sentono passare le macchine sulla provinciale poco distante, e si ha l’impressione di essere sulla parallela della vita "normale' a volte poco distante ma che non si incontra mai.

Ricordo spesso quando Libero viveva a mezz'ora di cavallo da me, ormai molto tempo fa, a stento riuscivo a mettere insieme la sera un po’ di fieno per Geremia e Tobia la capra e un pezzo di pane per me, adesso ho poco ma ho nostalgia di quando avevo ancora meno, e potevo passare con Libero giornate intere, a parlare di niente, vivendo con il cavallo vicino, al pascolo beato. Senza parlare di cose colte e intelligenti, dove il miracolo di una vita semplice e meravigliosa avveniva gustando un pezzo di formaggio e un bicchiere di vino. Vivendo senza nemmeno aver bisogno di capire

che la ricchezza non consiste nel possedere le cose ma nel poterne fare a meno.

Questo Libero lo sa.

IL BASTO NEI TREKKING 

Se è vero che il mondo del basto legato al lavoro sta scomparendo dal nostro paese è anche vero che cresce l'interesse verso di esso da parte di quanti si occupano del trekking a cavallo. In effetti il basto sta entrando paradossalmente nel concetto del diporto.

Molti cavalieri di campagna affascinati delle immagini americane scattate sulle Montagne Rocciose accarezzano l'idea di farsi accompagnare nelle loro escursioni da cavalli da soma per poter portare il materiale necessario alla progressione.

La mia esperienza: mette in guardia coloro che vogliono usare il basto nei trekking a cavallo.

Motivi:

- un cavallo con il basto ha più ingombro di un cavallo da sella senza cavaliere, pertanto trova più difficoltà nel procedere su sentieri stretti, passarelle con sponde, attraversare boschi; in questi casi il quadrupede viene prima scaricato, quindi portato sull'altra sponda, il materiale viene a sua volta trasportato a piedi dai cavalieri che dovranno poi rifare il carico perdendo tempo e con fatica.

- le mulattiere non esistono praticamente più, sono state sostituite da strade o piste carrozzabili, esse tenevano conto degli ingombri del carico ed erano per questo larghe, i sentieri che le sostituiscono creano inconvenienti di cui sopra.

- il quadrupede da soma deve essere affiatato con gli altri cavalli ed il cavaliere che lo conduce deve essere esperto. Questa non è cosa facile da realizzare occorre avere esperienza tempo e pazienza per ottenerlo.

- i passaggi difficili e ripidi, quelli che di norma vengono superati saltando in terra e procedendo con il cavallo sottomano, possono diventare pericolosi per la soma che ovviamente non può scaricare il suo peso.

Conclusione: il tutto diventa più complicato soprattutto per gli ignari che pensano di non complicarsi la vita scaricando sul basto il loro materiale pesante ed il più delle volte superfluo.

Quando uso il basto:

- per portare il materiale pesante (batteria da cucina - tende - attrezzi da campo) a gruppi di persone che marciano nei campi mobili a piedi alleggerendo il peso che devono portare sulle spalle, questo capita con gli scouts nei mesi estivi o quando si decide l'uscita con un gruppo di amici che non possiedono cavalli.

- per portare viveri materiali vari legna da ardere agli alpeggi o baite isolate, od il materiale necessario alle loro riparazioni e manutenzione.

In effetti la forte antropizzazione del nostro territorio ci permette di trovare spesso centri abitati dove poterci rifornire, le sconfinate e deserte praterie sono più lontane, e per affrontarle occorrono sacrifici e perizia.

N.B. La forte diffusione del basto negli Stati Uniti d'America è in parte dovuto alla tradizione da loro sentita verso gli "Uomini della Montagna" i mountain man, questa unita alla estensione del territorio determina l'uso di grandi tende munite di stufa e quindi materiale pesante, per accamparsi in posti veramente isolati dal mondo, distanti ancora oggi sei sette giorni di cavallo dal primo avamposto.

Il basto americano

di Omar Luzietti

IL BASTO 

 Ancora ai nostri tempi è un piacere farsi un giro con un cavallo da trasporto imbastato al seguito, sia che montiamo a cavallo, sia che lo conduciamo semplicemente a piedi. La marcia diventa molto impegnativa, non è una cosa facile, ma ne trarremo degli indiscutibili vantaggi, oltre al senso dell’epico, c’è anche una ragione pratica: eviteremo di sovraccaricare troppo il cavallo che montiamo, potremo portare più equipaggiamento ingombrante, ma non inutile, fissandolo bene sul basto. Se siamo a piedi, possiamo appendere gli zaini e tutto il resto al basto. Inoltre un cavallo da trasporto offre un’autonomia di diversi giorni anche per un piccolo gruppo di amici, senza dover per forza avere mezzi di appoggio o passare nei paesi che abbiamo deciso di lasciarci alle spalle.

 

BASTO AMERICANO

 Il sawbuck è il classico basto storico americano. Il suo nome significa cavalletto, infatti è estremamente sobrio, semplice ed essenziale. Ha origini antiche e importanti, sembra che fosse usato già dalle truppe di Genghis Khan per trasportare il loro equipaggiamento durante la conquista dell’impero. Anche in Medio Oriente si utilizzava una sella simile per cavalcare i cammelli. Il primo uomo che abbia avuto la necessità di trasportare qualcosa sul dorso di un animale da soma deve aver pensato ad uno strumento del genere.

Il sawbuck contribuì in modo determinante alla conquista dell’Ovest americano. Fu il basto dei trappers e degli esploratori che si avventurarono nei territori selvaggi della Frontiera, trasportando pellicce o mercanzie varie per il commercio con gli Indiani. Negli anni che seguirono la spedizione di Lewis e Clark (1804 – 1806) che aprì le porte dell’ Ovest, divenne il basto più utilizzato nel Nordamerica. Tutti ne possedevano uno, se avevano la necessità di viaggiare per più giorni sulle montagne e caricare materiale. Russell e Remington, famosi artisti americani di fine ‘800, hanno rappresentato molte volte il sawbuck nelle loro opere, rendendolo epico. Gli Indiani delle Pianure e dell’Altopiano costruivano una specie di sawbuck adoperando le corna del cervo o dell’alce.

Il sawbuck è semplicemente costituito da quattro pezzi di legno incrociati, due davanti e due dietro, a forma di X, fissati su barre laterali anch’esse di legno, come quelle delle selle. Di solito ha due sottopancia, ma ci sono anche versioni con un solo anello per parte. Le assette incrociate del cavalletto sono massicce, costruite con legno duro, come la quercia, le barre invece sono sottili, in genere tavolette di pioppo sagomate. Le estremità sporgenti dell’incrocio permettono di appendere i borsoni da viaggio, i cosiddetti panniers. La braga posteriore è sempre usata, perché il basto ha la tendenza a scivolare invariabilmente un po’ in avanti.

Il sawbuck viene ancora largamente impiegato ai giorni nostri, è il basto ideale per il trekking, perché è piccolo e leggero, permette di caricare agevolmente borsoni, tende e ogni genere di attrezzatura, tralasciando l’inutile. Insieme al Decker è il basto più usato dai cowboys e dai packers per portare rifornimenti ai cowcamps quando devono attraversare zone impervie prive di piste agibili ad altri mezzi più moderni. Quando i fuoristrada sono costretti a fermarsi, i cavalli possono avanzare ancora senza sforzo.

Una volta l’animale da soma più diffuso era il mulo, forse più economico del cavallo, se ne allevavano mandrie enormi ed erano muli bellissimi. Oggi, di solito, si preferisce imbastare i cavalli, peraltro non meno robusti dei muli. Ai nostri tempi è sicuramente più facile procurarsi dei tranquilli cavalli da trasporto piuttosto che dei buoni muli. Nonostante tutto, il classico mulo imbastato a dovere rappresenta ancora il simbolo del pack-trip nell’immaginario collettivo di tutti gli appassionati.

Il sawbuck è stato il basto d’ordinanza dell’esercito degli Stati Uniti durante le guerre indiane e per molti anni ancora dopo. Le truppe alleate, sbarcate in Europa alla fine della Seconda Guerra Mondiale, portarono con sé una gran quantità di selle e basti della cavalleria, forse modelli antiquati non più in uso. In Francia sembra che si possano ancora trovare vecchie selle Mc Clellan e basti sawbuck perfetti per le esigenze del trekking a cavallo.

Il generale George Crook fu un vero estimatore del mulo, i suoi soldati dicevano che fosse un esperto di muli. Nessun altro leader militare impegnò tanto tempo a perfezionare la struttura del carico che doveva essere adattato all’animale. Pensava che una vittoria o una sconfitta dipendessero dal sistema di trasporto dell’occorrente, perché gli uomini possono avanzare e combattere solo se hanno cibo e munizioni. Crook conosceva i risultati raggiunti in altri paesi del mondo e, prima di iniziare le sue campagne, volle che i trasporti dell’esercito raggiungessero il più alto grado di efficienza. Ogni elemento doveva rappresentare il meglio, i muli dovevano essere selezionati e adatti al loro compito. Ogni mulo doveva essere nutrito e strigliato a dovere, il basto doveva essere adatto alla sua schiena. Crook si interessò personalmente dei particolari e trascorse molto tempo con gli addetti alla cura dei muli. La sua organizzazione dei trasporti risultò la migliore dell’esercito. Ogni gruppo era composto da quaranta muli e ciascuna unità aveva un responsabile e dieci aiutanti. I muli di Crook erano più robusti, portavano di più, stavano meglio e resistevano bene sulle piste impraticabili dell’Arizona. 

Nel corso del tempo sono stati elaborati molti modi per legare il carico più voluminoso adoperando solo una lunga corda e un sottopancia da carico, il metodo più famoso, probabilmente, è il Diamond Hitch.

Secondo Joe Back, autore del famoso libro del 1959 “Horses, Hitches and Rocky Trails”, il sawbuck pack saddle è il miglior basto del mondo. Certo, come in tutte le cose, molto dipende dalla qualità di costruzione, ma un buon sawbuck, fatto a regola d’arte ci assicura di poter trasportare praticamente qualsiasi cosa.

Così almeno la pensavano gli esperti packers americani del XIX sec., ma nei primi anni del ‘900, un altro modello di basto stava per offuscare l’intramontabile fama del sawbuck, il Decker Pack Saddle. Il primo ad utilizzarne un prototipo fu un Indiano Arapaho dell’ Idaho, terra di montagne, un certo Mac Daniels. I fratelli Decker, cercatori d’oro e minatori, rielaborarono questo tipo di basto, usandolo per anni e lo brevettarono con il loro nome. La copertura tipica di questo modello è chiamata ancora “half breed”, cioè mezzosangue. Nella loro epoca i fratelli Decker divennero famosi come i migliori packers del Montana riuscendo a trasportare centinaia di chili di equipaggiamento su territori privi di piste e con terreni insidiosi. Questo non fece altro che dimostrare la robustezza e versatilità del basto Decker contro le avversità della natura selvaggia. La forma del Decker, così come la conosciamo oggi, fu perfezionata ulteriormente nel 1906 da Oliver Robinette, un sellaio dell’ Idaho, che ne migliorò l’ aspetto costruttivo e tecnico. Il Decker è costituito da barre di legno su cui sono fissati due archetti di metallo (possono avere varie forme), come delle maniglie, per agganciare i borsoni. Sopra è ricoperto da un grande rettangolo di tela spessa bordata di pelle (half breed). Di solito ha un solo sottopancia centrale. In collaborazione coi fratelli Decker, titolari del brevetto, Robinette avviò una grandiosa produzione in serie di questo tipo di basto, riscuotendo subito un notevole successo. I clienti abituali erano allevatori di pecore e trasportatori della zona che avevano la necessità di spostarsi sulle montagne e richiedevano la massima resistenza per le loro some. Quello che decretò definitivamente la superiorità del Decker Pack Saddle fu l’ adozione da parte del Corpo Forestale degli Stati Uniti, che ne ordinò una quantità industriale. Per un uso più pesante il classico sawbuck non bastava più, doveva entrare in azione il Decker. Dal 1930 il basto Decker viene usato dal Servizio Antincendi Boschivi degli Stati Uniti, con basi operative dislocate nei territori a rischio, con annessi allevamento e addestramento specifico di cavalli e muli. Fino al 1960 una legge del governo americano proibiva di trasportare alcolici su cavalli da soma, era consentito solo coi muli.

 Il basto Decker è sicuramente più robusto del sawbuck, in circostanze estreme, infatti, come riferiscono alcuni packers, se un mulo lo pesta o ci si corica sopra il Decker non si rompe. Anche l’ half breed, la copertura di tela, è un vantaggio, perché protegge l’ animale dallo sfregamento eccessivo del carico e lo ammortizza. Possiede inoltre un ingegnoso sistema che permette di spostare il sottopancia più avanti o più indietro per adattarlo meglio alla conformazione di ogni singolo cavallo o mulo. In generale negli stati sulla costa ovest, più legati alle tradizioni, si continua ad utilizzare con orgoglio lo storico sawbuck, mentre verso le grandi pianure si preferisce il Decker. Il sawbuck è più leggero (7-8 kg), ma può portare meno peso (da 50 a 80 kg), il Decker è più pesante (14-15 Kg), ma può caricare più di 100 kg. Si racconta di cavalli abituati a trasportare sempre lo stesso peso, che si fermano se vengono caricati di più. Naturalmente bisogna sempre cercare di distribuire il peso equamente da una parte e dall’ altra. Oggi, forse, il sawbuck è riservato più per un uso amatoriale, mentre il Decker è più professionale, ciononostante per gli appassionati di storia, il sawbuck conserva comunque il suo fascino intramontabile.

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